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Noi difendiamo l'Europa

Roman Herzog ha presentato a Biella il suo nuovo audiodocumentario



 

 

Roman Herzog a Biella, un anno dopo. Con la presentazione e l'ascolto del suo precedente lavoro, l'audiodocumentario "Guerra nel Mediterraneo", ci aveva aiutato a tracciare il quadro delle politiche europee in tema d'immigrazione, il ruolo della misteriosa Agenzia europea Frontex e le strategie di "difesa della fortezza" europea nel Mediterraneo. Nel frattempo Roman è stato in Libia con Del Grande, tra i pochissimi se non unici giornalisti ad avere accesso di recente in un centro di detenzione libico.

 

Per la prima volta un documentario segue le autorità libiche nella loro lotta all´immigrazione e vede i campi di detenzione di profughi e migranti in Libia. Parlano gli oppositori del regime, i funzionari dell´Onu e dell´Oim, le ONG libiche e le organizzazioni umanitarie che si occupano dei profughi, avvocati, ricercatori e soprattutto i profughi e i migranti presenti in Libia.

 

Da tempo si parla di un cambiamento politico in Libia, di un´apertura. Dalla fine dell´embargo, nel 2006, i Paesi dell´Unione Europea, la Russia e gli Stati Uniti fanno a gara per corteggiare il regime di Gheddafi. In gioco ci sono soprattutto le enormi riserve di gas che la Libia offre. In cambio di rapporti commerciali più vantaggiosi però, Gheddafi deve tenere lontano dall´Europa i profughi che da anni attraversano il Mediterraneo. Lo prevede l´accordo quadro che dal Novembre 2008 l´Unione Europea sta negoziando con Gheddafi.

 

Dal Maggio del 2009 l´Italia e l´Agenzia europea di controllo delle frontiere Frontex, respingono in Libia le imbarcazioni dei migranti. Della protezione dei profughi se ne deve occupare l´ONU in Libia, secondo il commissario alla Giustizia e agli Affari interni dell´Unione Europea Jacques Barrot. Dal giorno alla notte, da "Stato canaglia" la Libia è diventato un apprezzato partner cui affidare la protezione dei profughi, in cambio di petrolio, gas e commercio.

Ma cosa fa la Libia per contrastare l´immigrazione, come l´Europa esige? E fin dove arriva questa ipotetica apertura politica?

 

Con le voci dei profughi Gift, Showit, Tadrous, Bubakár Moti, Yahir, Koubrous, Aguas Hasse, Said Uedia, Yusief, Jonas, Robel, Patrick Bonki e Fatih, dei colonnelli libici Mussa, Abu ´Ud, Essadiq, Zur-ruq, Sálim e Grera, di Nagi Buharus del Ministero della Sicurezza di Stato, di Mohamed di Foreign Media, il vescovo Martinelli e Sister Sherly della Chiesa San Francesco, Osama Essadiq dell´IOPCR, Laurence Hart e Michele Bombassei dell´OIM, Taiba Sharif dell´UNHCR, il sociologo Mustafa Attir, il giornalista Said Al-Aswad, l´avvocato Giumaa Atigha e un oppositore Amazigh anonimo.

 

 

Chi è Roman Herzog

Lavora come documentarista per la radio pubblica tedesca (ARD), quella di Austria (ORF) e della Svizzera (DRS) oltre a proprie produzioni indipendenti (Audiodoc). Ha elaborato più di venti Feature e documentari di lunga durata, su temi sociali, politici e culturali. I suoi lavori sono stati trasmessi da diverse radio di tutta Europa e sono stati presentati in varie città in Italia e Germania. Nel 2006 ha dato vita assieme all'autore romano Andrea Giuseppini al primo forum internazionale di audio documentaristi indipendenti in Italia, Audiodoc. Nell'anno 2006 gli fu assegnato la «Menzione speciale della giuria» nel Concorso Italiano «Anello Debole» per il documentario «Porta d'Europa» su Lampedusa ed i profughi. La versione tedesca dello stesso documentario prodotto dal ORF è stata nominata nel concorso «Feature-Preis» della Fondazione Radio Basel nel novembre 2008.


L'INVASIONE CHE NON C'E
Intervista a Roma Herzog


Dopo Guerra nel Mediterraneo, "Noi difendiamo l'Europa". Roman, ci puoi presentare il tuo ultimo lavoro?
Il documentario sulla situazione dei profughi in Libia era il logico passo dopo "Guerra nel Mediterraneo", che inquadra sempre da qua l'esistenza dei campi di detenzione nei paesi nordafricani e come l'Unione Europea abbia organizzato un vero e proprio sistema di fortezza contro migranti e profughi. Volevo andarci e vedere come fosse la situazione. Chiaramente il punto più nevralgico di tutto questo sistema è la Libia. Visto che lavoro per l'ARD (la radio pubblica tedesca), e direi solo per quello, ho ricevuto il visto, perché l'ARD ha chiesto ufficialmente al governo di farci entrare. Non volevo andare da solo e perciò ho chiesto a Gabriele Del Grande di accompagnarmi. Abbiamo detto chiaramente sin dall'inizio ai libici cosa avevamo intenzione di fare, perché non ha senso entrare "di nascosto", fingendo un altro lavoro, sulle zone archeologiche magari, per poi dedicarsi effettivamente al proprio scopo, perché stiamo sempre parlando di una dittatura con uno stato di sorveglianza onnipresente.

 

La Libia è passata in poco tempo da "stato canaglia" a Paese "amico della libertà" e partner dei governi europei. Siete stati messi in condizione di fare il vostro lavoro o le autorità libiche vi hanno in qualche modo ostacolato?
In Libia non c'è liberta di stampa o d'espressione. Chiaramente siamo stati accompagnati da forze di vigilanza tutto il tempo. Non ci era permesso di stare da soli, anche se alla fine abbiamo fatto qualche passo in autonomia. Ma non mi sarei mai aspettato che ci avrebbero mostrato la situazione reale, senza "ripulire" i luoghi. Voglio dire, se tu qui in Italia, o in Germania, chiedi di voler entrare in un campo, questo è messo tutto in ordine prima che tu ci possa entrare, in questo modo non ti mostaino mai la situazione quotidiana. In Libia no. In Libia ci hanno mostrato la situazione nuda e cruda. Forse anche perché credevano che fossimo dei giornalisti che si sarebbero accontentati delle dichiarazioni ufficiali. Cioè prima di visitare i campi c'era sempre una sorta di "preludio": il direttore che ci riceve nella sua stanza col bouchet di fiori, un buffet abbondante, che ci rilascia un'intervista nella quale dice che è tutto a posto. Poi però noi abbiamo sempre detto "andiamo a vedere". Hanno cercato sempre, non di impedirlo, ma di scoraggiarci, in una forma però un po' goffa, dicendo; "attenti, sono violenti", "vi sequestrano", oppure "sono malati, vi contagiate". Una volta poi che ero in contatto diretto con gli internati registravo e i profughi mi raccontavano la loro versione. Quando ci trovavamo nel campo di Misratah il direttore Abu Ùd non ce la faceva più ad ascoltare le denunce degli eritrei e ha interrotto anche con la forza le interviste che stavo facendo. Lì siamo arrivati al limite ma quel direttore era troppo impacciato, la sua reazione parla da sé, e si sente tutto, perché l'ho registrato, di come minacciava gli eritrei ad essere deportati.

 

Con Del Grande siete stati tra i pochi o forse gli unici giornalisti ad avere accesso ai centri di detenzione in Libia. Qual è la situazione che avete riscontrato?
Le condizioni sono disastrose, disumane, sia per quanto riguarda l'igiene, sia per quanto riguarda il cibo, l'assistenza medica, l'"accoglienza" stessa. Le persone incarcerate non hanno niente, nemmeno un lenzuolo, dormono in celle di cinque metri per se,i in cinquanta persone, sul nudo pavimento. Rimangono dentro per anni. Nel migliore dei casi sono lasciate vegetare così senza niente, nel peggiore sono bastonate, umiliate, violentate e torturate, alcune uccise. Questa situazione è nota e denunciata da anni da tante persone e da tante organizzazioni autorevoli, ma ai politici non importa niente. Ora noi abbiamo anche l'audio originale di quei luoghi, ma vediamo anche che non cambia niente, o accadrà solo che arrivati altri milioni di euro dall'Europa per finanziare questo sistema, si migliorerà un po' la situazione, ma il vero nocciolo non sarà mai affrontato, il problema, cioè, che migranti e rifugiati in cerca d'aiuto sono incarcerati e gli è impedito di ricevere aiuto e protezione e di andare dove vogliono. I migranti e i profughi del mondo sono privati dei loro diritti, dappertutto. Accoglienza e aiuto esistono soltanto su base volontaria, e non come diritti, anche se teoricamente tutti gli accordi internazionali ed europei obbligano gli stati ad offrirli ad ogni evenienza. Ma la Carta è un materiale che incide poco sulla politica concreta. Questo è il vero crimine: i politici non vogliono dare aiuto. E la Libia è diventato ormai uno degli alleati più importanti per l'Europa in questo crimine. La decisione di non offrire più aiuto e protezione e non fare entrare i profughi in Europa ne condanna migliaia alla morte.

 

Si è parlato tanto di responsabilità dell'Onu a garanzia del rispetto dei diritti e del trattamento di rifugiati e potenziali richiedenti asilo. Ti risulta si sia mosso qualcosa in questo senso?
Libia è un paese dove non esiste una società civile. Gheddafi nei suoi 40 anni di regime ha letteralmente spazzato via quella che era la società civile e l'opposizione nel paese. Per l'altra parte le nostre democrazie occidentali hanno messo su una sorta di governo dove le ONG e la società civile hanno un ruolo molto importante, sempre sulla carta però. Spesso le ONG sono utilizzate per portare avanti una politica che in realtà non persegue quello che dicono ufficialmente le stesse ONG e la società civile. Queste figurano come diversivo, uno "specchietto per allodole", per dimostrare quanto democratico sia il sistema che ci governa. Anche nel loro agire internazionale i politici hanno bisogno di affiancare a quello che fanno "collaborazioni" con la società civile e le ONG.

In Libia non esistono ONG. Esistono organizzazioni parastatali create dal governo e al 100 % controllate dal governo. Ora i politici europei nell'allontanare dall'Europa i migranti e profughi in cerca di aiuto e protezione collaborano con organizzazioni internazionali come OIM (L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ndr) o UNHCR - che non è una ONG, ma un apparato statale, creato e condizionati dai governi - e con ONG europei, come il CIR (Consiglio Italiano per i rifugiati, ndr) in Italia. Questi hanno bisogno di cooperare anche in Libia con delle cosiddette ONG, in modo da legittimare le politiche da attuare e per tranquillizzare l'opinione pubblica. Allora vengono create ONG, che però non emergono dalla società civile, ma sono create dal governo. É il caso dell'International Organization of Peace, Care and Relief (IOPCR), dell'Al-Wafaa Charity Association o Watasemo. Solo per citare l'OIM tutte e tre sono definite "ONG unipersonali di poca competenza specifica", e sono tutte e tre create e controllate dal governo. Watassemo è diretta da una delle figlie di Gheddafi (Aisha Muammar Al-Gathafi), IOPCR invece è diretta da un ex-membro dei servizi segreti, Osama Essadiq. Chi ascolta il documentario si rende conto di che personaggio è. Non solo dice che i rifugiati politici non esistono, e che non sanno bene cosa possono fare per queste persone, dice che sono tutti malati, che in maggioranza hanno l'AIDS e la tubercolosi e che sono criminali perché ammazzerebbero dei libici per avere il denaro per poter andare in Europa. Credo che sia piuttosto strano affidare ad una persona del genere la direzione di un'organizzazione che si occupa della protezione di migranti e richiedenti asilo in Libia.

 

Qual è l'aspetto nuovo più importante che avete trovato nella vostra ricerca?
Possiamo affermare dalla nostra ricerca in Libia che in Europa i politici parlano di un'invasione che non c'è. Lo affermano nel documentario gli stessi comandanti delle pattuglie: i profughi non sono milioni, sono solo alcune migliaia di persone che ogni anno arrivano in Libia con l'intenzione di andare in Europa. Centinaia di migliaia di migranti invece lavorano in Libia da anni e hanno costruito quella che economicamente oggi è la Libia. Ora questi sono arrestati e deportati. Ma non sarebbero mai andati in Europa, non ne avevano alcun'intenzione.
Sono cominciati i respingimenti del governo italiano e il "problema" sembra magicamente risolto. Ci puoi dire cos'è cambiato e cosa no? E che fine fanno i migranti che non arrivano?
L'attenzione sul tema è crollato in maniera impressionante da quanto non c'è più l'immagine dello sbarco, anche se gli arrivi continuano. Ogni settimana arrivano barche in Sicilia, ma non è più rapportato nei media. Secondo me l'aspetto più drammatico di questo sviluppo è che la gente che se ne dedica al tema è diminuita a causa della minore attenzione. Ma in realtà non è cambiato niente. In Libia esiste la stessa trappola nella quale si trovano i profughi. Ora però, hanno quasi unicamente la scelta fra rimanere dentro l'inferno libico, oppure tornare, attraverso l'aiuti del IOM oppure a conto proprio. Il mio prossimo documentario racconterà la loro storia.

 

 

 

 

 

Per ascoltare un estratto dell'audiodocumentario e vedere le fotografie del viaggio di Roman Herzog e Gabriele Del Grande:

www.fortresseeurope.blogspot.com

www.audiodoc.it

 



di: redazione  24/02/2010 - Uomo | ambiente | economia e stili di vita |

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